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"The Punisher: One Last Kill" — Recensione

Recensione

"The Punisher: One Last Kill" — Recensione

3.0 su 5
2026 50m AzioneDrammaCrime

Jon Bernthal torna come Frank Castle in uno special Netflix da 50 minuti. Il Punisher è ancora brutale e credibile, ma il formato corto trasforma tutto in un assaggio incompiuto di una storia che avrebbe meritato respiro.

di Alessio Valtolina ·

Jon Bernthal è il Frank Castle definito. Punto. Da quando l’abbiamo visto in “Daredevil” stagione 2 nel 2016, nessuno — nemmeno Dolph Lundgren, Thomas Jane, Ray Stevenson nei film precedenti — gli si è avvicinato. “The Punisher: One Last Kill” sa bene di partire da questa certezza consolidata e la sfrutta come fondamenta. Ma in 50 minuti, è tutto quello che può fare.

Reinaldo Marcus Green, reduce da “King Richard - Una famiglia vincente” e “Bob Marley: One Love”, ha provato a confezionare qualcosa di più sofisticato di una semplice azione Netflix. E in alcuni momenti ci riesce: le coreografie di combattimento sono davvero ben costruite, corpo a corpo distaccato e credibile, niente svolazzi CGI gratuiti. È combat design da seria televisiva di qualità, quello che la stagione 2 di “Daredevil” aveva saputo regalare ai fan. Quando Bernthal muove il corpo, lo schermo sa quello che fare.

Ma il problema è strutturale, non estetico. “The Punisher: One Last Kill” non è un film: è uno Special da 50 minuti, parente stretto dei “Special Presentation” che Marvel ha sperimentato con “Werewolf by Night” e “The Guardians of the Galaxy Holiday Special”. E come quelli, soffre del medesimo difetto: troppo corto per raccontare una vera storia, troppo lungo per essere autarchico come episodio autonomo.

Frank Castle è in una fase post-vendetta quando il Special comincia, in cerca di significato oltre la pistola. Quando qualcosa (non spoilero il nome, ma i fan della serie Netflix lo riconosceranno subito) lo richiama in azione, manca lo spazio per scavare nei suoi conflitti interiori, quella profondità che la serie originale aveva costruito lentamente in 13 episodi a stagione. Qui si spara, si rovista, si grugnisce. È competente, non male visto, ma manca lo strato emotivo. È tutto struttura senza anima.

Un ritorno con debito verso il passato

La carta più forte dello Special è il ritorno di Deborah Ann Woll nei panni di Karen Page. Non è una comparsa, è un’ancora narrativa, un filo diretto con la serie Netflix che molti ancora considerano il punto più alto del MCU televisivo. La chimica fra Bernthal e Woll è ancora viva, intatta dopo un decennio, e quando i due occupano lo schermo insieme — purtroppo per un tempo brevissimo — il ritmo del progetto cambia completamente. Respira diversamente. È come se lo Special respirasse solo quando loro sono presenti.

Questo perché la loro dinamica non è costruita qui: è eredità vera, continuità che pesa. Per i fan della vecchia Marvel Television, quella Karen Page è sufficiente a giustificare un’ora sul divano. Per gli altri, è probabilmente la scena più importante del progetto, e basta quella consapevolezza a capire che questo Special è principalmente un messaggio: “Ci ricordiamo di quello che avete amato, lo rispettiamo, e lo ricicliamo come bridge verso ‘Daredevil: Born Again’”.

Anche Jason R. Moore come Curtis Hoyle — il vecchio commilitone di Frank — e Judith Light in un ruolo minore aiutano a far sentire questo progetto come continuazione della serie 2017-2019, non come reboot frettoloso. Ci sono i pezzi giusti, ma assembblati in fretta.

Il problema non è la visione, è il tempo

Reinaldo Marcus Green non trova un tono coeso qui. Si capisce che voleva alternare l’azione brutale a momenti di contemplazione interiore nello stile di “Logan”, quell’equilibrio fra violenza e vulnerabilità che è il cuore di Frank Castle. Ma 50 minuti non bastano. Le scene di combat sono ben coreografate, tecnicamente superiori, ma si alternano a momenti di “Frank-che-pensa” che non hanno spazio per svilupparsi. Ogni elemento sembra costruito a metà. È come guardare una puntata di una serie che sa di non avere una prossima puntata per elaborare il set-up.

E poi la trama stessa: è l’ennesimo arco di “Frank Castle fa l’ultima vendetta”. Quante volte? Già nelle due stagioni Netflix, nei fumetti di Garth Ennis, in centinaia di adattamenti. Qui non aggiunge quasi nulla al canone. Ed è frustrante, perché Marvel aveva l’occasione perfetta per costruire un vero bridge narrativo verso “Daredevil: Born Again”, trasformarlo in qualcosa di necessario alla continuità. Invece è soltanto un episodio pilota che non è mai diventato serie, un assaggio incompleto.

Bernthal meritava — meriterebbe ancora — un vero film, due ore intere di schermo, non questo format ibrido che lo limita. Qui fa quello che sa fare meglio: è credibile, ruvido, fisicamente presente. Ma rimane imprigionato in una struttura che lo soffoca.

“The Punisher: One Last Kill” è disponibile su Netflix dal 13 maggio 2026. Se sei un fan di Bernthal Punisher, guardalo: è competente e il ritorno di Deborah Ann Woll vale davvero. Se non conosci la serie Netflix, inizia da quella, che rimane il punto più alto del personaggio. E se sei un filmmaker, usa questo come caso studio su perché 50 minuti sono una lunghezza ingrata: troppo poco, troppo tardi.

Pregi

  • Jon Bernthal rimane il Frank Castle più convincente mai visto sullo schermo
  • Il ritorno di Deborah Ann Woll come Karen Page dona peso emotivo ai pochi minuti che condivide con Bernthal
  • L'action è ben coreografata, corpo a corpo sporco senza eccessi di CGI, fedele allo stile della serie Netflix
  • Reinaldo Marcus Green mantiene una regia competente durante le sequenze d'azione

Difetti

  • 50 minuti sono insufficienti per costruire una trama coerente e profonda
  • La storia della 'ultima vendetta' è un'arco narrativo già visto e rivisto, senza innovazione
  • Il tono oscilla confusamente tra azione brutal e momenti introspettivi, senza trovare equilibrio
  • Sembra più un episodio pilota fallito che un vero film, un ponte incompiuto verso 'Daredevil: Born Again'
  • Gli elementi emotivi non hanno spazio sufficiente per svilupparsi veramente
3.0 su 5

Verdetto

Uno special decente per chi ama Bernthal, ma un'occasione mancata. 50 minuti non bastano a Frank Castle per respirare come meriterebbe.