Lo dico subito perché serve a inquadrare il film: “Krakatoa” non è un film “normale”. Non ha dialoghi. Quasi non ha trama. È un’esperienza sensoriale di 79 minuti che ti porta dentro un vulcano indonesiano. Se questo già ti suona ostico, sappi che ho avvertito. Se invece ti incuriosisce, continua: è uno dei film più strani e interessanti dell’anno.
Il regista è Carlos Casas, catalano, una di quelle figure che il cinema mainstream non conosce ma che chi frequenta festival come Rotterdam, Locarno e Cannes ACID ha visto crescere negli ultimi quindici anni. Casas viene dal documentario estremo — geografie remote, comunità isolate, paesaggi al limite — e con “Krakatoa” porta questa sensibilità al cinema di finzione. Il punto chiave però è uno: il protagonista, Roni Hensilayah, non è un attore. È un uomo che è davvero sopravvissuto a un’eruzione dell’Anak Krakatau, il “Figlio di Krakatoa” — il vulcano emerso dal mare dopo la grande eruzione del 1883. Lo dice il film stesso nei titoli di coda. Casarlo come protagonista è una scelta che cambia tutto: quello che vediamo non è recitazione, è memoria che cammina.
La storia, per quel che c’è: un pescatore giavanese naufraga su un’isola vulcanica e inizia una lenta discesa nelle viscere della terra. Niente dialoghi (parla nessuno, non c’è nessuno con cui parlare). Niente musica forte, solo l’ambiente. Telecamera spesso dall’alto, a guardare la barca-piattaforma indonesiana detta “bagan” che galleggia nel mare nero. Poi caverne. Poi il rosso del fuoco terrestre.
A cosa assomiglia (per capirci)
Visto che il film non rientra in nessuna categoria normale, ti aiuto con un paio di riferimenti. Se hai visto “Samsara” di Lois Patiño (2023, Locarno, anche questo girato a Bali e in Indonesia), ti troverai a casa: stesso ritmo lentissimo, stesso uso dell’immagine come meditazione. Se conosci Werner Herzog dei documentari estremi tipo “Encounters at the End of the World” o “Grizzly Man”, la sensibilità è quella: il regista che si mette di fronte alla natura e accetta di esserne sopraffatto. E se hai visto “Samsara” di Ron Fricke (quello del 2011, non confondere con Patiño), c’è anche un po’ di quella poetica del frame come quadro.
Tutti questi nomi ti sembrano sconosciuti? Tranquillo, fra noi: se non hai visto nessuno dei film qui sopra, “Krakatoa” è probabilmente troppo radicale come primo film d’autore. Parti con “Samsara” di Patiño o con “Grizzly Man” di Herzog su Prime Video, e torna a Krakatoa dopo.
L’unico vero difetto
C’è un anacronismo costumistico che spezza l’incantesimo: il protagonista indossa, per buona parte del film, una t-shirt moderna con scritte runiche. Letto in modo letterale, gli eventi si dovrebbero svolgere dopo il 1883, ma la maglia rompe immediatamente questa illusione. Forse era voluto — Casas vuole defamiliarizzare lo spettatore — ma a chi scrive è sembrato più un’indecisione produttiva che una scelta. Una sciocchezza che ti tira fuori dal sogno per due minuti, e in un film così sospeso ogni distrazione pesa.
Per il resto: visione consigliata SOLO al cinema, in sala con buon impianto sonoro. A casa, su un televisore qualunque, “Krakatoa” perde almeno metà del suo potere. È fatto per essere ambient, immersivo, fisico — vuole sentirsi nel corpo, non solo guardarsi. È stato presentato al Festival di Las Palmas e a Rotterdam in versione doppia (film + videoinstallazione con musica dal vivo), e la dimensione installativa qui ha senso.
Tirando le somme: voto 3.5/5 per audacia, immagine e sincerità. Mezzo punto in meno per accessibilità e quell’anacronismo costumistico che zoppica. Per chi cerca cinema di ricerca, fiondatevi. Per chi cerca una storia da raccontare il giorno dopo agli amici, lasciate perdere.
“Krakatoa” è al cinema in sala d’essai dal 14 maggio 2026, in poche città italiane.



