Che Kristen Stewart sappia recitare ormai è una questione chiusa: l’abbiamo visto decine di volte, anche nel mezzo di blockbuster dove il copione era il vero problema. Quello che sorprende, però, è quanto sia salda la mano con cui sceglie di narrare dietro la macchina da presa. “La cronologia dell’acqua” non è il biopic convenzionale che ti aspetti quando senti “film su una vera nuotatrice”. Non c’è la parabola ascendente, l’allenamento montato su musica pomposa, il momento di svolta prima dell’atto finale. Stewart rifiuta il conforto della struttura classica e invece immerge lo spettatore dentro il flusso di coscienza di Lidia Yuknavitch — la scrittrice e nuotatrice il cui memoir crudo e straziante è la fonte del film.
Il punto da cui partire è la fotografia di Corey C. Waters: una grana grossa, quasi sabbiosa, che trasforma l’immagine in qualcosa di tattile e sensoriale. Il blu, il rosa, il rosso, l’azzurro non sono semplici colori. Sono stati d’animo. Sono il linguaggio del corpo di Lidia quando il linguaggio verbale non riesce a raggiungere fondo. Stewart capisce che un film su qualcuno che non ha parole per dire quello che ha passato non può parlare troppo — deve vedere. Deve far sentire sulla pelle dello spettatore la densità del trauma, la pesantezza dell’acqua, l’assenza di aria che caratterizza gran parte della storia di Yuknavitch. Questa scelta stilistica non è decorativa. È narrativa.
La struttura stessa del film è osmotica, per usare un termine: i ricordi non fluiscono in ordine cronologico lineare, ma piuttosto si sedimentano in stratificazioni, come appunto l’acqua che filtra attraverso diversi strati di roccia. Gli anni non sono marcati da date chiari. Sono marcati da stati emotivi, da immagini ricorrenti, da frammenti che ritornano. È un approccio che richiede partecipazione attiva dallo spettatore, e no, non è comodissimo. Se sei abituato ai biopic classici dove la vita della protagonista viene ordinata per te come una presentazione PowerPoint, questo ti disorientera. E sarebbe un errore da parte di Stewart ammansire questa scelta per renderti le cose più facili.
Imogen Poots è Lidia da giovane — smarita, distrutta, goffa in un corpo che non le appartiene più dopo il trauma. Non è una performance carica di pathos hollywoodiano. È pura, spoglia, quasi imbarazzante nella sua vulnerabilità. Jim Belushi, poi, in un ruolo che poteva diventare il classico personaggio di supporto, porta una gravitas inaspettata: c’è una scena in cui il corpo stesso di Belushi diventa il racconto di quanto una famiglia sia attraversata dal dolore. Stewart regista sa come far dire ai suoi attori cose senza che dicano una parola.
Ciò che colpisce maggiormente è come Stewart non cerchi di rendere Yuknavitch simpatica, universale, adatta a un pubblico mainstream. La Lidia del film è litigiosa, complicata, fragile fino al punto di sembrare incomprensibile. E in questo rifiuto della semplificazione c’è un gesto politico: una donna con un passato come quello di Yuknavitch non deve diventare ispirazione per venderti il biglietto del cinema. Deve rimanere quello che è: una sopravvissuta il cui lavoro di scrittura e nuoto sono gli unici strumenti per dare forma a quello che non ha forma. Stewart capisce che il film deve rispecchiare questo: deve essere difficile come lei, deve rifiutare di spiegare tutto, deve fidarsi dello spettatore.
L’unico rischio — e è un rischio reale — è che la sperimentazione formale si ripiega su se stessa e perde il lettore. Ci sono momenti in cui il frammentarismo, sebbene justificato, rischia di generare confusione dove potrebbe esserci profondità. Non è un crollo narrativo. È il limite naturale di un’artista che sta ancora imparando a calibrare la propria voce. Ma ecco, il fatto che Stewart sia consapevole di questo limite, che lo navigate con intenzione piuttosto che per incapacità, è già un segnale che siamo davanti a una vera regista — non a un’attrice che ha deciso di provare una cosa nuova.
“La cronologia dell’acqua” è un film che fatica, che soffoca, che a volte annebbia la visione. Ma è anche un film che sa esattamente cosa sta facendo. Arriva a Venezia presentato come l’esordio di Kristen Stewart, e già questo bastava a generare aspettative contrastanti: da un lato la curiosità per vedere come un’attrice famosa si cimenta dietro la macchina, dall’altro il sospetto che potesse essere un vanity project di una celebrity che gioca ai registi. Il film non è nessuna di queste cose. È un atto di coraggio narrativo, un’opera prima che sa di non dover piacere a tutti, e che in questa consapevolezza trova una libertà rara nei film su storie vere. Stewart non ha tradito Yuknavitch in nome dell’accessibilità. E questo conta.
Se ami cinema che non sceglie la strada facile, che ragiona per immagini e colori prima che per battute, che crede che il disagio dello spettatore sia a volte necessario — allora è la tua sfida. Se cerchi il biopic tradizionale, un film che ti racconti una storia da inizio a fine con logica aristotelica, continua a cercare. Per gli altri, quelli che credono ancora che il cinema possa essere uno strumento di sedimentazione emotiva più che di intrattenimento ordinato: fiondatevi.



