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dietro le quinte

Kristen Stewart regista: La cronologia dell'acqua è un esordio potente e personale

Stewart dietro la macchina da presa con l'adattamento del memoir di Lidia Yuknavitch. Un film che rompe gli schemi del biopic classico, con una visione cromatica forte e una narrazione osmotica.

di Baldo · · 2 min lettura ·
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Kristen Stewart regista: La cronologia dell'acqua è un esordio potente e personale

Kristen Stewart regista non è più una curiosità: è una certezza. Dopo anni passati davanti alla macchina da presa, l’attrice americana ha deciso di sedersi dalla parte opposta e il risultato è La cronologia dell’acqua, un esordio alla regia che lascia pochi dubbi sulla sua capacità di narrare storie con una visione propria e riconoscibile.

Il film adatta il memoir di Lidia Yuknavitch, nuotatrice con un passato segnato da drammi personali che hanno segnato profondamente la sua vita. Stewart non ha scelto il percorso facile: non c’è un biopic al femminile costruito secondo i canoni tradizionali, con la parabola ascendente prevedibile e gli ostacoli narrativi ordinati. Invece, La cronologia dell’acqua ragiona per immagini, per colori, per atmosfere. Il blu, il rosa, il rosso, l’azzurro diventano elementi narrativi primari, esaltati dalla fotografia a grana grossa di Corey C. Waters che rinforza l’idea di un cinema quasi osmotico, dove il visivo non serve solo a mostrare ma a far sentire.

Una visione già formata al primo film

Ciò che sorprende di La cronologia dell’acqua è la consapevolezza estetica già presente nel lavoro di Stewart. Non c’è il tentennamento tipico di chi debutta, nessuna incertezza stilistica. La regia è a tratti furente, sicuramente ostica per chi si aspetta un racconto lineare e rassicurante. Ma proprio questa durezza, questa resistenza emotiva nel trattare il materiale, funziona perfettamente per una storia che parla di trauma, resilienza e ricerca di se stessi attraverso il corpo e l’acqua.

Il memoir di Yuknavitch è crudo, inespresso nel senso che molti aspetti della sua vita sono rimasti sommersi, letteralmente e metaforicamente. Stewart non tenta di sdrammatizzare o di rendere più digestibile la materia prima. Invece, lavora con essa, la plasma, la trasforma in cinema che respira di propria aria.

Il cast e il supporto visivo

Attorno a questa visione, Stewart ha costruito un cast che funziona. Imogen Poots e Jim Belushi portano solidità al progetto, fornendo i contrappunti emotivi necessari a un film che potrebbe altrimenti dissolversi nella pura astrazione. La loro presenza ricorda che dietro questi colori e questi ritmi narrativi ci sono persone reali, vite concrete.

La scelta di non seguire la traccia del biopic classico è stata una mossa intelligente. Un percorso diverso avrebbe trasformato La cronologia dell’acqua in qualcosa di già visto, un’altra storia di riscatto personale raccontata secondo le regole note. Invece, il film respira con il ritmo di una poesia visiva, dove la cronologia è meno importante della geometria emotiva.

Uno sguardo da autrice

Quello che emerge da La cronologia dell’acqua è uno sguardo già maturo, consapevole di cosa vuole comunicare e come farlo. Kristen Stewart non ha scelto la regia come estensione naturale della sua carriera di attrice, come fanno tanti che passano dall’una all’altra con disinvoltura. Ha scelto di raccontare una storia che le parla, usando un linguaggio visivo personale, forti. Questo è l’inizio di qualcosa.

L’esordio lascia intravedere un fiorente futuro d’autrice. Non sempre accade al primo film. Spesso il debutto alla regia è esperimentale, incerto, alla ricerca di una voce. Stewart già ce l’ha. E questo rende La cronologia dell’acqua non solo un film da vedere, ma una dichiarazione di intenti di una cineasta che ha qualcosa di importante da dire.

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