Omar Rashid è un fotografo e regista che il fumetto italiano lo conosce dall’interno — ha lavorato con BAO Publishing, ha frequentato fiere ed editori per anni. Da qui parte “Generazione Fumetto”, documentario che prende sette fra le voci più importanti del fumetto italiano contemporaneo e le mette davanti alla telecamera senza filtri. Il risultato è uno dei documentari più onesti sull’industria fumettistica italiana degli ultimi anni, e sorprendentemente accessibile anche per chi del fumetto non sa nulla.
Partiamo dai nomi, perché qui contano davvero: Zerocalcare è il volto più riconoscibile dell’operazione, e si presenta con la stessa sincerità che ha portato il pubblico a innamorarsi dei suoi graphic novel (“Strappare lungo i bordi”, “Questa è la fine”) e delle serie Netflix omonime. Ma il colpo grosso del film è non rendere lui il protagonista assoluto. Rashid distribuisce il peso narrativo fra Sara Pichelli — l’illustratrice italiana che ha co-creato Miles Morales / Spider-Man per Marvel, una delle figure più importanti del fumetto mondiale che pochi in Italia conoscono — Mirka Andolfo, Rita Petruccioli, Michele Rocchetti, Francesco Artibani e l’editore Michele Foschini (BAO Publishing). Sette voci, sette modi diversi di raccontare cosa significa fare fumetto oggi in Italia.
Cosa funziona davvero
Il film non spiega cos’è il fumetto. Non parte dalle definizioni accademiche, non fa cronistorie dalle nuvole parlanti dell’Ottocento. Parte dalle persone, dai loro tavoli da disegno, dai loro caffè bevuti durante un’intervista. Pichelli che racconta come si entra in Marvel partendo da Pescara — è una storia che vale da sola un episodio di “Maradona by Kusturica”. Andolfo che spiega perché ha scelto di farsi pubblicare prima da DC Comics che da un editore italiano. Zerocalcare che, con la solita autoironia romanesca, ammette che il successo non gli ha tolto l’ansia di pagare l’affitto.
Quello che colpisce è il rispetto del pubblico. Rashid sa che il suo spettatore tipo può essere un sedicenne che ha letto solo “Strappare lungo i bordi”, oppure un quarantenne che ha tutta la collezione “Dylan Dog”, oppure uno che non ha mai aperto un fumetto in vita sua. E parla a tutti contemporaneamente, senza fare lo snob e senza semplificare oltre misura. Quando un intervistato usa un termine tecnico — chiusura, splash page, china — lo spiega in una frase, naturalmente.
L’unico problema
I 105 minuti, fra noi, sono troppi. Il film tiene benissimo nei primi 40 minuti e negli ultimi 20, ma il blocco centrale rallenta: le interviste iniziano ad accavallarsi senza una struttura forte che le tenga insieme, e in certi passaggi viene voglia di dire “ok, ho capito, andiamo avanti”. Un buon montaggio in più — magari tagliando 15 minuti — avrebbe reso il film più ritmato.
L’altra cosa che si sente la mancanza: una voce critica davvero esterna. Tutti gli intervistati sono dentro al settore, lo amano, lo difendono. Mancano un libraio, un lettore “comune”, un critico letterario che giudichi il fumetto italiano contemporaneo da fuori. Sarebbe stato un contrappeso utile a quello che è, a tratti, un po’ un coro autocelebrativo.
Detto questo, “Generazione Fumetto” è un documentario fatto con il cuore e con la testa, e ti lascia con la voglia di andare in libreria a comprare almeno tre titoli che non avevi mai considerato. Tirando le somme: se ti era piaciuto “Searching for Sugar Man” come modo di documentario che ti fa scoprire un mondo, fiondatevi. Se sei già lettore abituale di graphic novel, lo guarderai con un sorriso e annuendo spesso.
“Generazione Fumetto” è al cinema dall’11 maggio 2026.



