Guy Ritchie è uno di quei registi che sa il mestiere, e In the Grey lo dimostra subito: tecnicamente è un film solidamente costruito, con una visual direction che non scherza e una sequenza d’azione dopo l’altra montate con precisione. Quando lo guardi, non ti annoia. Questo è il punto di partenza giusto per parlarne.
La trama gira attorno a Rachel (Eiza González), un’avvocato che lavora per una società finanziaria con il compito di recuperare un miliardo di dollari da un ricchissimo cattivo. Con l’aiuto di due guardie del corpo — uno interpretato da Jake Gyllenhaal e l’altro da Henry Cavill — deve muoversi nella “zona grigia” tra legale e illegale. Sulla carta c’è il tentativo di Ritchie di ibrida il modello del film di spie (isola privata del villain, esercito personale, il solito armamentario Bond) con un thriller sulla finanza internazionale, tipo il Soderbergh di Panama Papers o Ocean’s Eleven.
È un’idea che potrebbe funzionare. E per il primo e secondo atto, funziona davvero: il film costruisce un’atmosfera di intrigo ben dosata, le scene di preparazione del piano hanno una struttura logica che tiene incollato allo schermo, e il cast gioca il gioco senza fare scena. González lavora bene nel ruolo di professionista fredda e determinata, Gyllenhaal e Cavill sanno come muoversi in questo genere senza apparire anacronistici. Non ci sono sbavature recitative, nessuno spaccia per carisma quello che è solo ego.
Dove il film funziona — e dove no
La regia di Ritchie non tradisce: le inquadrature sono pulite, il montaggio efficace, il suono curato. Ci sono momenti in cui la camera segue l’azione con quella precisione che ti ricorda perché Ritchie, anche nei suoi film più commerciali, non è un regista da buttare. La cinepresa non indugia inutilmente, i tagli sono netti, e quando scoppia l’azione è orchestrata con senso del ritmo. Se stai cercando intrattenimento visivo senza compromessi, il film te lo offre.
Ma qui arriviamo al punto cruciale: il film promette una certa cosa e poi non la consegna. Il tema della finanza internazionale, i conti offshore, i prestanome, la zona grigia tra legalità e crimine — tutto questo rimane appena sulla superficie. Non è un’esplorazione reale di come funziona il denaro sporco, è più uno sfondo narrativo. Potevi usarlo per dire qualcosa di tagliente sul sistema, sulla corruzione, su come il denaro corre nei meandri invisibili della finanza legale. Invece rimane un espediente, una scusa per giustificare l’azione e il piano.
E nel momento in cui il film decide di scaricare tutto in un’azione conclusiva, perde quello che lo rendeva almeno interessante nei primi due atti. L’ultimo quarto diventa ripetitivo: inseguimenti, scontri, colpi di scena telegrafati. Ritchie non trova una strada originale per chiudere la storia, e il finale sente questa assenza di invenzione.
Non è un disastro, sia chiaro. Non è neanche una perdita di tempo clamorosa. È più una mancata occasione: il film aveva gli strumenti per dire qualcosa di vero, per essere uno di quei thriller intelligenti che rimangono addosso dopo la fine dei titoli. Invece è il tipo di pellicola che guardi, che non è male mentre la stai guardando, ma che due settimane dopo non ricordi più nei dettagli. Ne rimane un’impressione vaga di “competente, divertente abbastanza, ma niente di più”.
Veramente cosa rimane
La qualità dell’intrattenimento è seria, e non è poco. In un panorama dove metà dei film d’azione non sanno nemmeno mettere a fuoco una telecamera, In the Grey merita credito per non insultare l’intelligenza dello spettatore. Non stai guardando montaggio frenetico e incomprensibile, non stai seguendo trama che non capisce neanche se stessa, non stai ascoltando dialoghi costruiti col cacatoia. Ritchie sa come costruire una sequenza, come dare ritmo a una scena, come fare azione che abbia senso spaziale.
Ma senza una colonna vertebrale narrativa più forte, senza la volontà di scavare davvero nei temi che tocca, il film rimane quello che è: una macchina ben oliata che gira bene ma che non va da nessuna parte di particolare. È comefare un ottimo coffee run con una Porsche: è piacevole mentre succede, ma sai che poteva essere un viaggio più interessante.
Se stai cercando un film d’azione solido, con attori che sanno il fatto loro e una regia che non ti tradisce, In the Grey fa il suo dovere. Non ti deludo clamorosamente, non ti annoia completamente, e non è un capolavoro mancato che ti lascia frustrato. È semplicemente un film competente che entri, guardi, e poi esci senza quella sensazione di aver visto qualcosa che valeva la pena. È guardabile, ma non memorabile.
In the Grey è disponibile nei circuiti cinematografici e successivamente su piattaforme streaming.



