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"90 Meters" — Recensione

Recensione

"90 Meters" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 56m Dramma

Il regista giapponese Shun Nakagawa firma un dramma sul caregiver di una madre malata di SLA. Soshin Yamatoki e Miho Kanno commoventi, mai melodrammatici. Dal Far East Festival di Udine.

di Alessio Valtolina ·

Ogni anno il Far East Film Festival di Udine porta in Italia film asiatici che senza di lui non vedremmo mai. “90 Meters” del regista giapponese Shun Nakagawa (中川駿, secondo lungometraggio dopo l’opera prima del 2022) è uno di quei film: piccolo, sincero, devastante. Parla di malattia, di responsabilità, di figli che diventano caregiver dei propri genitori — un tema che il cinema giapponese affronta da sempre con una pudicizia che il melodramma italiano farebbe meglio a studiare.

Il film si regge su due interpretazioni straordinarie. Soshin Yamatoki (山時聡真) è Tasuku, studente delle superiori che a 18 anni si trova a doversi prendere cura della madre malata di SLA. Yamatoki è uno dei volti giovani più interessanti del cinema giapponese contemporaneo — il pubblico anime-curioso lo ricorderà come la voce di personaggi Studio Ghibli minori, ma qui in live action è una rivelazione. Sa come tenere uno sguardo, sa quando non dire niente. Miho Kanno (菅野美穂) — attrice giapponese di lungo corso, vista anche in produzioni internazionali — interpreta la madre Misaki. Una performance fatta più di micro-gesti che di battute: il modo in cui un dito tremante chiede acqua, il modo in cui guarda il figlio quando capisce che lui sta rinunciando alla propria vita per lei.

I primi 90 secondi che riassumono tutto

Il film si apre con una partita di basket fra ragazzini. Una tripla finale, tirata da Tasuku, che non entra. Sulla panchina: l’allenatore che dice “non importa, riprova”. La madre in tribuna che lascia che il figlio pianga — perché ha lottato davvero, e ha diritto di soffrire la sconfitta. Novanta secondi. Nakagawa ti ha già piazzato davanti il tema centrale del film: la forza e la disperazione non sono opposti, ma due facce della stessa cosa. E da lì in poi mantiene la promessa.

Tasuku deve scegliere fra continuare la scuola (e il sogno del basket universitario) e prendersi cura della madre. Quando arriva l’assistenza domiciliare e si apre uno spiraglio per tornare a studiare, il film pone la domanda vera: puoi davvero abbandonare tua madre per inseguire la tua vita senza essere divorato dal senso di colpa? Risposta facile no, risposta del film nemmeno. Nakagawa non offre soluzioni narrative comode. Costruisce la storia attorno a quella domanda e ti lascia con essa addosso anche dopo i titoli di coda.

Per chi è (e per chi no)

Per essere chiari su cosa stiamo guardando: questo è cinema giapponese drammatico tradizionale. Se hai amato i film di Hirokazu Kore-eda (“Un affare di famiglia”, “Broker”, “Father Mother Sister Brother”) ti troverai a casa. Lo stesso rispetto silenzioso per i personaggi, lo stesso rifiuto del melodramma facile, la stessa attenzione ai piccoli gesti quotidiani. Anche Naomi Kawase (“Le ricette della signora Toku”) è un parente prossimo, soprattutto nell’uso della natura come specchio dei sentimenti dei personaggi.

Se invece sei uno che con i film “lenti” si annoia, o se cerchi un dramma con grandi scene catartiche e dialoghi memorabili, “90 Meters” ti deluderà: qui il dramma è tutto sottovoce, sotto la pelle. Nakagawa preferisce mostrarti il peso di un piatto da lavare alle 3 di notte rispetto a una scena urlata.

Una nota su quello che il film NON è: non è pietismo. Non è “guarda quanto soffre, piangiamo insieme”. Nakagawa ha un rispetto sacro per il pubblico, sa che vedere la sofferenza di un caregiver è abbastanza per provocare empatia, non serve girare il coltello nella ferita. È un equilibrio raro — il sottoscritto in altre recensioni di film simili si è sentito manipolato; qui mai.

“90 Meters” arriva in Italia dopo il passaggio al 28° Far East Film Festival di Udine, dove la critica l’ha accolto benissimo. La distribuzione in sala è limitata ad alcune città. Se ami il cinema giapponese drammatico, fiondatevi. Se cerchi una serata leggera, sceglietelo per un’altra volta.

“90 Meters” è al cinema dal 12 maggio 2026 in selezionate sale d’essai italiane.

Pregi

  • Soshin Yamatoki nel ruolo di Tasuku regge il film sulle spalle senza mai forzare
  • Miho Kanno è la madre malata: una performance fatta di sguardi, micro-gesti, silenzi che pesano
  • Shun Nakagawa filma il dolore familiare senza scivolare nel pietismo nipponico
  • La partita di basket nei primi 90 secondi del film dice già tutto del cinema che vedrai

Difetti

  • Il ritmo lento può essere faticoso per chi non è abituato al dramma giapponese
  • Tema potente, esce dalla sala stanchi, non leggeri
4.0 su 5

Verdetto

Un piccolo grande film sulla malattia in famiglia, recitato benissimo da due protagonisti che il cinema italiano dovrebbe importare subito. Imprescindibile per chi cerca cinema asiatico di qualità.